Le politiche attive del lavoro sono un elemento chiave per allineare competenze e mercato occupazionale, rivolgendosi a disoccupati e lavoratori a rischio. Le nuove sfide del mercato richiedono interventi di riqualificazione e aggiornamento per sostenere crescita e occupabilità.

Ad oggi le politiche attive si confermano uno strumento fondamentale per migliorare l’accesso all’occupazione, agevolando non solo il reinserimento dei disoccupati, ma anche l’aggiornamento delle competenze per chi è già occupato. Durante la Convention Consulenti del Lavoro 2024 di Bologna, è emerso come questo approccio formativo possa trasformarsi in un motore di innovazione e inclusione sociale, dando ai lavoratori strumenti concreti per affrontare il passaggio verso nuove professioni digitali e “green.” Con il supporto di adeguate politiche di formazione, le politiche attive diventano una risposta integrata ai principali problemi del mercato, tra cui la carenza di competenze e il disallineamento tra domanda e offerta di lavoro.
Politiche attive e formazione continua

Per garantire un accesso più equo all’occupazione, le politiche attive richiedono un cambio di prospettiva. Non si tratta più solo di sostenere chi è rimasto senza lavoro, ma di promuovere uno sviluppo delle competenze continuo che possa allinearsi con le evoluzioni del mercato. Gli strumenti di upskilling e reskilling, infatti, non rispondono solo all’esigenza immediata di trovare un nuovo impiego, ma si configurano come un percorso di crescita professionale, anche per chi è a rischio di disoccupazione o è coinvolto in processi di riorganizzazione aziendale.
Questa prospettiva va incontro alle esigenze di un mercato del lavoro sempre più dinamico, influenzato dalla digitalizzazione e dalla transizione ecologica. Infatti, le imprese che stanno adattando i propri modelli organizzativi verso una maggiore sostenibilità e digitalizzazione necessitano di personale qualificato e adattabile. Le politiche attive, se correttamente orientate, possono così diventare un supporto strategico per le aziende, riducendo il divario di competenze (o “skill mismatch”) e favorendo una forza lavoro versatile e pronta al cambiamento.
L’obiettivo di queste politiche non è solo nazionale. L’Unione Europea ha delineato strategie specifiche come il Pilastro europeo dei diritti sociali e l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, che richiedono ai Paesi membri un investimento nelle competenze come base per la crescita economica e l’inclusione sociale. Questo vuol dire colmare i ritardi in ambito formativo e dare ai lavoratori – soprattutto a giovani e persone in situazioni svantaggiate – strumenti concreti per partecipare alle sfide del mercato.
